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Sviluppo del linguaggio nei bambini: tappe, ritardi e disturbi spiegati ai genitori #sviluppolinguaggio #tappesviluppolinguaggio

  • Immagine del redattore: DrMarcoAlbertoMoioli
    DrMarcoAlbertoMoioli
  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min
insegnante con i bambini

Sviluppo del linguaggio nei bambini: tappe, ritardi e disturbi

Imparare a parlare è uno dei traguardi più affascinanti dei primi anni di vita. Il linguaggio però non “compare” all’improvviso, ma si costruisce passo dopo passo, molto prima delle prime parole comprensibili.

Come si sviluppa il linguaggio: non è una gara #sviluppolinguaggio #tappesviluppolinguaggio

Ogni bambino segue una sua traiettoria di crescita, anche per quanto riguarda il linguaggio. Esistono tappe orientative, ma l’infanzia non è una gara: alcuni bambini parlano prima, altri dopo, senza che questo significhi per forza un problema. Lo sviluppo dipende dall’incontro tra patrimonio genetico e ambiente, cioè dalle esperienze e dalle relazioni quotidiane.

Fin dai primi mesi il bambino comunica con lo sguardo, il pianto, il sorriso e i vocalizzi: è il “terreno” su cui si costruiranno poi parole e frasi.

Le principali tappe da 0 a 3 anni

Possiamo individuare alcune tappe tipiche dello sviluppo del linguaggio, con ampia variabilità individuale.

  • Nei primi mesi il bambino comunica attraverso pianto, vocalizzi e cambiamenti del tono della voce.

  • Intorno ai 6–9 mesi compaiono le lallazioni (“ba-ba”, “ma-ma”, “da-da”), spesso ripetute per gioco.

  • Verso l’anno molti bambini pronunciano le prime parole con significato (es. “mamma”, “papà”, “acqua”).

  • Tra 18 e 24 mesi il vocabolario si arricchisce progressivamente e compaiono le prime combinazioni di due parole (per esempio “mamma acqua”, “più pappa”).

  • Intorno ai 3 anni il linguaggio diventa più articolato e comprensibile anche alle persone che non conoscono bene il bambino.

In parallelo cresce anche la comprensione: spesso i bambini capiscono molto più di quanto riescano a dire. #sviluppolinguaggio #tappesviluppolinguaggio

Ritardo o disturbo del linguaggio?

Non tutti i bambini rispettano alla lettera le tappe. Alcuni cominciano a parlare più tardi, ma poi recuperano spontaneamente: sono i cosiddetti “parlatori tardivi”. In questi casi si osserva una comprensione buona e un linguaggio che, anche se in ritardo, mostra progressi nel tempo.

Si parla invece di disturbo del linguaggio quando le difficoltà sono più marcate e persistenti e riguardano la comprensione e/o l’espressione, interferendo con la comunicazione nella vita di tutti i giorni. La distinzione tra ritardo e disturbo richiede sempre una valutazione clinica che consideri lo sviluppo globale del bambino, l’udito e il contesto familiare.

Campanelli d’allarme da non sottovalutare

Durante i bilanci di salute il pediatra fa domande mirate per individuare eventuali segnali di allarme sullo sviluppo del linguaggio. Alcuni esempi di situazioni che meritano attenzione includono:

  • assenza di vocalizzi e scarso contatto oculare nei primi mesi;

  • nessuna lallazione intorno ai 9–10 mesi;

  • assenza di parole con significato verso l’anno;

  • pochissime parole e scarsa comprensione tra 18 e 24 mesi;

  • difficoltà a mettere insieme due parole dopo i 2 anni;

  • linguaggio poco comprensibile o molto povero a 3 anni.

La presenza di uno di questi segnali non significa automaticamente che ci sia un disturbo del linguaggio, ma è un motivo in più per parlarne con il pediatra.

Disturbi del linguaggio: che cosa sono

Con “disturbi del linguaggio” si indicano difficoltà significative e persistenti che riguardano soprattutto la componente linguistica, non spiegate da deficit sensoriali (per esempio sordità), cognitivi, motori, affettivi o da gravi carenze ambientali. Oggi si parla spesso di “disturbo primario del linguaggio”, per indicare che il linguaggio è l’area di maggior difficoltà, pur potendo esserci anche altre fragilità.

In molti bambini il motivo preciso del disturbo non è noto, anche se le ricerche suggeriscono l’esistenza di differenze nel funzionamento di alcune reti cerebrali coinvolte nel linguaggio e nell’apprendimento. Possono essere presenti difficoltà nella memoria procedurale, nella memoria di lavoro fonologica e nelle funzioni esecutive, che supportano la pianificazione e l’organizzazione dei comportamenti.

Fattori di rischio e possibili conseguenze

Alcuni fattori compaiono più spesso nei bambini che ricevono diagnosi di disturbo del linguaggio, pur non essendone la causa diretta. Tra questi troviamo familiarità per difficoltà di linguaggio o apprendimento, sesso maschile, storia di prematurità e alcune condizioni mediche.

Se non riconosciuti e trattati, i disturbi del linguaggio possono avere conseguenze a lungo termine. Studi indicano che una quota significativa di bambini mantiene difficoltà anche negli anni della scuola, soprattutto nel passaggio dal linguaggio orale a quello scritto e negli apprendimenti scolastici, con un rischio maggiore di problemi emotivi, relazionali e di adattamento. In alcuni casi le difficoltà possono persistere fino all’età adulta e influire anche sulle opportunità lavorative.

Per questo l’intervento precoce è considerato la strategia più efficace.

Quando rivolgersi a pediatra, neuropsichiatra e logopedista

La diagnosi di disturbo di linguaggio viene in genere posta non prima dei 4 anni, perché molti bambini con ritardi o atipie nei primi anni recuperano spontaneamente. Tuttavia, se il genitore nota difficoltà importanti o molteplici campanelli d’allarme, è utile rivolgersi al pediatra anche prima.

Il pediatra valuta la situazione globale e, se necessario, indirizza verso i professionisti di riferimento: neuropsichiatra infantile o foniatra per l’inquadramento medico, logopedista per la valutazione specifica e il trattamento del linguaggio. In presenza di un disturbo vero e proprio, un percorso logopedico personalizzato permette di sostenere le competenze del bambino e di ridurre l’impatto sulle tappe successive di sviluppo.

Cosa possono fare i genitori a casa

La buona notizia è che la quotidianità è piena di occasioni per sostenere il linguaggio dei bambini. Alcune attività particolarmente utili sono:

  • parlare con il bambino durante le routine (pappa, cambio, gioco), descrivendo ciò che si sta facendo;

  • mettersi alla sua altezza, guardarlo negli occhi e aspettare il suo turno nella “conversazione”;

  • utilizzare frasi leggermente più complesse delle sue, aggiungendo “un pezzetto in più” a ciò che dice, senza correggere in modo pressante;

  • proporre spesso la lettura condivisa di libri adatti all’età, commentando le immagini e lasciando che il bambino partecipi;

  • offrire esperienze ricche e varie (gioco all’aperto, laboratori sensoriali, musica, incontro con coetanei), perché le parole si legano meglio a quello che si vive con i cinque sensi.

Anche nei bambini bilingui l’esposizione a due lingue non provoca disturbi di linguaggio di per sé; eventualmente possono distribuire le parole fra le due lingue o alternarle nella stessa frase, mantenendo però una capacità comunicativa globale adeguata. Se emergono difficoltà nella comprensione o nell’uso del linguaggio in entrambe le lingue, è bene confrontarsi con il pediatra.


 
 
 

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